Balli occitani il primo mercoledì del mese – omaggio a Torino, città splendida

5 marzo 2015

 

Questa Torino è una città splendida, basta solo informarsi, seguirla. C’è un sacco di fermento e la stessa sera si scopre mentre si è in un luogo che da qualche altra parte c’è un altro evento.

Quest’estate mi sembrava un elegante marmo battuto continuamente dalla pioggia e invece è una citta europea che vive di gente dal Sud e di stranieri.

Ogni primo mercoledì del mese c’è un gruppo folclorico che si riunisce o in piazza Carlo Alberto o in Piazza Castello e danno il via ai balli occitani.

Quelle due piazze immense pullulano di gente di tutte le età, vecchiette eleganti con gonna lunga e maglia nera, giovani dai pantaloni alla turca coloratissimi, studenti dal pesante accento calabrese, pugliese, siciliano, indigeni dal trascinato tono natio, abitanti nati dai genitori emigrati dalla fine dello stivale in su.

Le fisarmoniche emettono una musica da zampognari, mentre il resto del gruppo discute su quale ritmo puntare. Il grande groviglio di persone attende l’ardua decisione, non molto interessati a quale sarà poi la melodia poiché non distinguono una canzone dalle altre, ma a ogni modo attendono impazienti. E finalmente la consultazione arriva a decidere il motivetto e i pochi esperti o i primi impavidi improvvisano qualche passetto e piano piano tutto gli altri li seguono a ruota. A catena parte l’imitazione dei passi, qualcuno salta a destra e qualcuno a sinistra, la sfida è riconoscere tra la folla chi sa davvero i passi e chi sta improvvisando e seguire l’esperto di turno. Così, pian piano, un movimento con un minimo di senso si espande a raggiera e il ballo coinvolge la piazza. Una gioia d’altri tempi investe le persone che in allegria dimenticano il 2000 e tornano a usanza antiche, tengono la mano allo sconosciuto vicino, saltano e porgono il braccetto.

Punta del piede in giù-due passetti a destra e salto, punta del piede in giù-due passetti a sinistra e salto.

Si posano i giubbotti su massi improvvisati appendini, l’aria si scalda.

E poi di nuovo, mezz’ora il gruppo si consulta prima che parta l’altra danza.

 

Nel cerchio un uomo e una donna,

un uomo e una donna,

un uomo e una donna

un uomo e una donna…

 

Due passetti a destra, due a sinistra, la donna fa quattro passi in avanti e quattro indietro,

ora è il turno dell’uomo quattro passi in avanti, saltello e torna braccia protese verso la donna, la afferra una mano sul fianco e l’altra sulla spalla e così lei

e ruotano

poi l’uomo tiene entrambe le mani della donna, fanno due passetti insieme in cerchio

prima della giravolta grazie alla quale le fa cambiare posto.

 

Il cerchio riparte tutti mano nella mano. Due passetti a destra, due a sinistra, la donna fa quattro passi in avanti e quattro indietro,

ora è il turno dell’uomo quattro passi in avanti, saltello e torna indietro ad afferrare la nuova capitata.

 

La donna sente stringersi il fianco da morse diverse.

La manona di un quarantenne la conduce decisa – passa il turno dopo allo sprovveduto ragazzino così tenero mentre si scusa perché non ha ben capito quali sono i passi e lo ascolta scusarsi con la donna dopo e con quella accanto – il vecchietto gentile le sorride e con garbo la porta – nelle mani del fiacco distratto che neanche il ritmo ha svegliato dal suo zombismo connaturato – un muscoloso ragazzo la stringe troppo forte e le anticipa i passi che verranno dopo («Ora spalla», «ora devi girare», «ti lascio al prossimo») – quello dopo è una pasqua, la guida con la giusta dose di direzione e ritmo – Oh! con quest’altro hanno sbagliato un passo, sorridono ai vicini con cui hanno sbattuto.

Passa di mano in mano, di stretta in stretta finché la musica si spegne e tutti applaudono perché sono felici e vogliono ringraziare la piazza, la città, i musicisti.

 

Mezz’ora di pausa, si formano i gruppetti. Gli amici improvvisano mazurche.

 

Mezz’ora di consultazione, ormai diventata parte del divertimento, delle regole del gioco.

Finché gran finale.

 

Tutti, proprio tutti in cerchio corrono veloci a destra e poi sinistra, senza logica, al centro, ora alzano la gamba e poi l’altra, ora ricorrono.

Altri sfaldano e riassemblano altri cerchi.

Orbitano agglomerati di gente con percorsi random.

La luna nel cielo terso di Torino guarda questo fenomeno con la sua lieve luce di mezzanotte.

 

Si disperde il caos per le vie…

Chi passeggia sotto gli archi di via Po, sosta nella fontana di Piazza Vittorio, giunge fino a Santa Giulia;

chi sciama in via Carlo Alberto;

chi da via Garibaldi arriva in Piazza Statuto;

lo studente rientra in residenza;

quello se la deve fare a piedi fino a Lingotto;

il marito e la moglie si tengono per mano felici come lo erano tanti anni fa;

l’operaio ride di quel colore che ha spazzato la sua grigia monotonia.

Stanchi, stremati, trovano la forza di fare un’ultima giravolta prima di salutare il primo mercoledì del mese.

 

Oriana Conte

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