La scrittura contro la violenza, rielaborare è combattere

24 agosto 2015

 

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Underw(e)ar è un progetto creato da Martina Crapanzano contro la violenza sulle donne.

Nel sito internet www.underwar.it alle donne è chiesto un gesto catartico: postare la foto dei vestiti che indossavano quando hanno subito uno stupro.

Condividendo con gli altri gli abiti, e raccontando tramite essi la propria storia, ci si libera della brutalità residua.

Di seguito le risposte di Martina ad alcune domande su come affrontare il problema.

Una delle molte qualità della scrittura è l’essere terapeutica. Può la scrittura e quindi il racconto aiutare chi ha subito una violenza? Come? La scrittura permette di rielaborare le brutte esperienze, comprenderle e aiutare chi le ha subite a distaccarsi da ciò che è successo. Così chi ha subito una violenza sessuale non solo butta fuori le sensazioni angosciose e traumatiche, ma condividendole permette a chi le legge di avvicinarsi. Insomma, un processo di liberazione, ma anche di recupero.

Perché Il sito dà una certa rilevanza ai vestiti? Molto spesso le persone credono che una violenza sessuale di genere capiti a donne distanti dalla realtà quotidiana, o peggio, credono che accada a causa di un determinato outfit. Mostrare gli abiti di chi ha subito violenza crea la possibilità di abbattere lo steriotipo appena citato e creare empatia tra le persone che non hanno subito la traumatica esperienza e chi invece combatte per superarla.

Magari se un uomo vede che la maglia che una donna indossava durante l’episodio di violenza era uguale alla maglia che ha regalato alla donna a cui tiene avrà un coinvolgimento maggiore e una sensibilità diversa verso il problema delle violenze sessuali di genere, e magari se un ragazza vede che una donna che è stata stuprata indossava lo stesso pigiama, forse si renderà conto che la violenza sessuale c’è, è un problema presente e non lontano da lei.
Solo con la consapevolezza e l’educazione si può sperare di arginare la violenza di genere.

 

Descrivimi con un’immagine la violenza. Una sfera di metallo che viene infilata e incastrata in gola.

 

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