Mondazzoli e Premio Strega: visioni sul sistema editoriale nostrano – di Matteo Pedrazzini

2 marzo 2015

Sono giorni frenetici per l’editoria italiana, con echi che strappano perfino qualche trafiletto sulle prime pagine dei giornali e qualche minuto in televisione. Partiamo dal primo fatto sconvolgente e che implica una riflessione: Mondadori vuole acquistare la quota di mercato di RCS libri. La notizia è stata il volàno per discussioni su monopoli di settore, libertà di espressione e di scelta da parte di autori e lettori.

La fusione Mondadori – Rizzoli creerebbe un unicum europeo, forse mondiale, per quel che riguarda marchi editoriali controllati da un unico soggetto e imprimerebbe una svolta epocale al mercato librario italiano: si avrebbe una concentrazione editoriale delle dimensioni di un colosso. Mi chiedo però se il dibattito cultural-economico su monopoli, libertà di espressione e di scelta non sia invece già attuale da molto tempo e sia rimasto ignorato finché non si è palesata la volontà di Mondadori, che potrebbe sparigliare il campo: le due case editrici sono già delle major, che annoverano al loro interno marchi editoriali molto prestigiosi. Certo non sono le uniche nel panorama italiano.

Si è intuito che se l’acquisto dovesse concretizzarsi, alcuni marchi, al momento sotto il controllo di RCS, potrebbero defilarsi da questo matrimonio. Se questa tendenza fosse reale e non rimanesse circoscritta, ma diventasse condivisa, il campo sarebbe ribaltato rispetto ai piani di Mondadori e si potrebbe tornare a un’editoria meno polarizzata simile a quella di qualche tempo fa. Ciò potrebbe portare alla ribalta le piccole e medie case editrici: quantomeno tali marchi, tornando a essere indipendenti, potrebbero fare da locomotore per chi grande gruppo editoriale non è. Forse è un’illusione, o meglio un’utopia, forse questa tendenza a defilarsi dall’abbraccio Mondadori – Rizzoli non esisterà mai o sarà solo un esclusivo lusso elitario, che non tutti si potranno permettere. Sta di fatto che il problema esiste, ed esiste da ben prima di oggi: la pluralità e lo scambio di idee hanno bisogno di tutti e anche chi finora ha goduto i privilegi di operare all’interno di una casa editrice prestigiosa e potente se ne sarebbe dovuto accorgere. Questo potrebbe essere il momento giusto per un cambiamento, per un ripensamento del sistema editoriale italiano, per lasciare questa strada maestra, che da troppo tempo viene percorsa, e inoltrarsi su un sentiero antico e inesplorato.

Il secondo fattore di stretta attualità che riguarda il sistema editoriale italiano veste le tinte del giallo ed è la candidatura di Elena Ferrante al Premio Strega 2015. Invitata da Roberto Saviano, con una lettera apparsa su La Repubblica del 21 febbraio 2014 non all’altezza della profondità e della capacità analitica dello scrittore napoletano, a concorrere per il riconoscimento, la misteriosa scrittrice ha deciso che il suo libro potrà essere candidato. Lei rimarrà nell’anonimato. Il tutto, va da sé, fa storcere più di un naso fra quelli che bazzicano lo Strega da anni.

Ora, se la candidatura del libro della Ferrante ha l’obiettivo di far entrare un outsider nel salotto letterario più prestigioso d’Italia, ebbene credo che la strada intrapresa sia già poco adatta alle intenzioni, per come è stata posta la questione della candidatura e per come la scrittrice senza volto l’ha accettata. I toni, e mi riferisco in particolare alla lettera della Ferrante apparsa su La Repubblica del 24 febbraio 2015, dove la scrittrice accetta la candidatura allo Strega, sono melensi e stantii, a tratti vittimistici, ben congeniali insomma all’immagine che si ha dello Strega. Data una partenza di questo tenore, la speranza, per la verità troppo lontana, è un colpo di teatro: uno sberleffo, una giullarata che davvero sappia scuotere con acume, intelligenza e leggerezza le fondamenta del sistema-Strega.

A proposito di premi letterari – escludo qui, per ragioni di pertinenza, quelli di altre discipline artistiche – ho una proposta: abolirli almeno per un paio di anni e vedere che succede. I fondi, pubblici e privati, destinati a queste iniziative potrebbero essere investiti nella promozione della lettura in scuole di ogni ordine e grado, ospedali, uffici, enti pubblici, biblioteche, librerie, perfino in parchi, metropolitane e piste ciclabili. I lettori, inoltre, non si fionderebbero in massa solo dove li guida il “marketing fascettaro”, che sembra sempre più mettere un paio di manette ai libri. Senza premi letterari chissà che qualche titolo, di nicchia o minore, non possa imporsi all’attenzione generale…

Così facendo, camminare su quel sentiero da molto tempo non battuto, prima citato, potrebbe portare a qualcosa di nuovo: potrebbe, in definitiva, far sì che il cambiamento sia davvero cambiamento e non solo una sua finzione, di gattopardesca memoria.

Matteo Pedrazzini

No Comments

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>