P. G. WODEHOUSE, ovvero come sopravvivere a due guerre mondiali mantenendo lo humor

1 ottobre 2015

NZO

“[…] Lord Worplesdon era il padre di Florence, lo stesso bel tomo che qualche anno dopo, sceso una mattina a far colazione, scoperchiò il primo piatto che gli capitò sotto mano, disse “Uova! Uova! Uova! Accidenti alle uova!” in tono sovreccitato e partì all’istante per la Francia senza far più ritorno in seno alla famiglia. […] Se c’era un neo, per così dire, nella gioia purissima di essere fidanzato con Florence, era il fatto che lei aveva preso parecchio dal padre, e non sapevi mai quando poteva esplodere”.

Lo scrittore di questo brano è un uomo di nome Pelham Grenville Wodehouse, vissuto tra il 1881 e il 1975. Ha visto due guerre mondiali. Nella seconda è stato internato per un anno in un campo tedesco di prigionia. Ma non ha mai perduto lo spirito, nemmeno quando questo gli è costato l’espatrio.

Nei primi anni quaranta Wodehouse, dopo un anno di prigionia, accetta di condurre una trasmissione radiofonica per una radio tedesca, a Berlino. La trasmissione si intitola How to be an internee without previous training e racconta in modo ironico l’esperienza di un prigioniero. In patria non la prendono bene, Wodehouse viene attaccato in coro dalla stampa britannica. Lascia la Francia, luogo dell’arresto, per gli Stati Uniti; non farà più ritorno in Inghilterra.

È strano pensare oggi, nel 2015, a un campo di prigionia. Le storie di quel tempo suonano lontane, come venissero da un altro mondo. Anche se non potrebbero urlare più forte cose che le nostre orecchie non vogliono sentire.

Nel 1943 tre prigionieri italiani in mano agli inglesi in Kenya, su idea del triestino Felice Benuzzi, scalano la seconda cima del Monte Kenya, Point Lenana, per poi riconsegnarsi spontaneamente ai carcerieri. Un’impresa titanica, affrontata con mezzi di fortuna. Non sono partigiani. Non sono grandi eroi di guerra, né vittime della macchina assassina nazifascista. Sono tre prigionieri. Uomini la cui vita è in mano agli equilibri precari di una guerra mondiale, senza una concreta prospettiva di vita, ma che non si arrendono. Ed è qui che le due storie, quella di Felice Benuzzi e di Pelham Wodehouse, si avvicinano.

Sono due uomini che non hanno più nulla da perdere, tranne il proprio spirito, sia esso comico o avventuriero. La guerra e la prigionia avrebbero potuto stroncare lo sguardo ironico e umoristico di Wodehouse. In fondo, i ricordi a cui più attinge per le sue storie provengono dall’infanzia, dallo sciame di zie severe e zii maldestri con cui trascorreva le vacanze estive. Tanto orrore avrebbe potuto cancellare questo sguardo divertito e fanciullesco. Ma così non è stato perché la risposta alla devastazione non può e non deve essere l’inerzia. E di questo parlano queste storie: di non lasciarsi andare, di costruire sempre su qualunque maceria. Perché la speranza sia davvero l’ultima a morire.

 

Note:

Il brano in apertura è tratto da “Avanti, Jeeves”, P.G. Wodehouse, Polillo Editore, 2011.

La storia di Felice Benuzzi è narrata da Wu Ming 1 e Roberto Santachiara in “Point Lenana”, Einaudi, 2013.

Alice Todesco

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